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Il Grande Crash potrebbe venire (anche) dal Petrolio

Recentemente Fabrizio Zampieri economista di Eurocom Investments di Dubai, in una sua intervista, ha sottolineato il pericolo di un costante indebolimento da parte di due fattori cardine dell’economia e della finanza internazionale: l’oro e il petrolio scesi entrambi verso quotazioni che rendono la loro produzione al limite dell’antieconomicità. Basti pensare che l’oro ha toccato a ottobre i 1.170 dollari l’oncia ovvero i minimi dal 2010, quindi sotto quel livello critico rappresentato dai 1.200 dollari e che per molte società estrattive è il limite massimo oltre il quale la produzione del prezioso metallo non può essere più sostenuta sul lungo periodo.

Dall’Oro al Petrolio: i problemi nascosti

Allargando l’ottica, a carico delle imprese, infatti, gravano costi fissi come quelli delle autorizzazioni e della manutenzione delle miniere stesse, oltre quelli sempre più insidiosi della manodopera. Una voce, quest’ultima, che deve anche registrare un fattore determinante, quello delle rivolte sociali in Sudafrica e che hanno fatto oscillare non poco il settore minerario in generale. Ma l’attenzione, ultimamente, è concentrata sul petrolio. Nello specifico sul quel 27 settembre data in cui l’Opec ha deciso di lasciare immutata la sua produzione nonostante il calo continuato delle quotazioni del petrolio e l’iperproduzione favorita sia dalla rivoluzione dello shale gas, sia dalla diminuzione della richiesta a livello mondiale rivista in seguito a una diffusa debolezza sulla crescita. Il problema, per l’oro nero, nasce da un barile in crollo che ha toccato i 60 dollari e che potrebbe anche peggiorare nel corso dei prossimi mesi. Unica certezza: il panorama asfittico futuro non permetterà rialzi consistenti e condannerà quindi il settore a uno stress continuato per diverso tempo, forse anni. Ma come sempre accade in queste situazioni, gli effetti negativi sono sempre quelli che si fanno sentire per primi e vengono avvertiti maggiormente. Infatti a fronte di una serie di (possibili) vantaggi futuri per la produzione europea, facilitata da energetici a buon mercato, si avrebbero dall’altro conseguenze ben più gravi, molte delle quali già si sono fatte sentire. Prima fra tutte il taglio da parte delle grandi società petrolifere, su progetti e investimenti. Oltre a Conoco Phillips, nona società al mondo per capitalizzazione nel settore dei petroliferi, anche Total ed Chevron hanno deciso di fermare la macchina in attesa di una stabilizzazione delle quotazioni o, per lo meno, di un chiarimento per quanto riguarda l’andamento dei mercati.

Le incognite sull’Italia


Per quanto riguarda l’Italia, invece, è arrivata la notizia che in molti temevano: complice la crisi ucraina e le sanzioni che hanno bloccato molte collaborazioni, la Russia ha deciso di sospendere la creazione dell’oleodotto South Stream che avrebbe rifornito l’Europa del gas russo bypassando l’Ucraina. Il tutto a vantaggio di nuovi partner commerciali tra i quali la Turchia, ma soprattutto la Cina, confermando lo stringersi sempre più pericoloso di una serie di legami tra Mosca e Pechino. Cosa significa questo? Zampieri da tempo avverte sui possibili pericoli presenti nei mercati e l’inatteso rafforzamento (prettamente politico) della moneta cinese, sempre più scambiata e sempre più diffusa a livello commerciale, potrebbe rappresentare il primo gradino verso lo scardinamento del potere assolutistico del dollaro, ma anche la conferma che quello che ci attende, oltre a una guerra valutaria, è anche un futuro senza la guida certa di un solo rappresentante a livello internazionale, con i nuovi protagonisti del futuro che tra Brics ed Emergenti, Eagle e Mercati di frontiera, rappresentano la proiezione di una forte insicurezza da parte di un nuovo capitalismo costretto a riadattarsi sempre più velocemente per riuscire a sopravvivere.

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